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Intervento del Prof. Luigi Scorrano alla presentazione del saggio Storia del romanzo psicologico di Enrico Castrovilli del 25/02/10
Il succoso lavoro di Enrico Castrovilli che questa sera analizziamo e festeggiamo, Storia del romanzo psicologico. Il Novecento italiano da Svevo a Lazzaro, Bel-Ami Edizioni, Roma, 2009, definisce due aree specifiche: una in riferimento al genere (“romanzo”) in una delle sue molteplici modulazioni (“psicologico”); l’altra in riferimento al tempo, che è quello del Novecento italiano. Proprio quella che sembrava un’eccessiva limitazione finisce per risultare, nel libro di Castrovilli, come la necessità di circoscrivere e puntare la propria lente di lettore su una sola specificazione narrativa (il romanzo psicologico) e su una sola unità temporale (il Novecento, come tempo d’avvio e di validazione di un nuovo strumento di conoscenza e di ricerca: la psicologia, appunto) o l‘applicazione di certi suoi metodi d’indagine.
Motivi, o metodi, d’indagine accolti – quando accolti – con cautela o con sospetto dall’accademia, chiusa nella convinzione di possedere le giuste chiavi d’accesso per l’interpretazione letteraria e solo in casi isolati disposta a cogliere la intimorente carica di novità costituita dalle proposte di una scienza, la psicologia del profondo, che faticava ad essere riconosciuta come scienza. Lo dice Daniele Giancane là dove, nella sua Introduzione al libro, vede un mondo letterario quasi totalmente di stampo accademico, […] raramente in grado di fuoriuscire dai propri schemi storico/filologico/linguistici per approdare alle discipline che inevitabilmente concorrono al fenomeno letterario: la psicologia, certo, ma anche la sociologia, la filosofia, l’antropologia. Diciamo che il gioco dell’accoglienza e del rifiuto di una proposta nuova è riconducibile come sempre all’opposizione tra un sistema saldo e, spesso, motivato, nel suo esplicarsi, come forma di autotutela e la volontà di superamento di ciò che l’evoluzione delle forme richiede di sperimentare ed accogliere. Non è solo questione di immobilismo accademico; è un’alternanza, un gioco dialettico inscritto nella realtà di ogni iniziativa umana, di ogni espressione del pensiero.
Aprendo il libro di Castrovilli, partiamo dall’ultima pagina, che si intitola “L’esigenza di un primo bilancio”. Qui non mancano i segni dell’impazienza – giusta! – di chi vede regnare una diffusa confusione e cerca di fare chiarezza perché chiarezza occorre. Castrovilli rivendica il rigore della propria ricerca personale, letteraria e scientifica […] forse unica nel variegato panorama della critica italiana contemporanea.
Non è, questa affermazione, una immodesta rivendicazione di meriti, una piccola esplosione di superbia; essa esprime la consapevolezza d’aver tentato di liberare dal troppo e dal vano una linea essenziale di riconoscibilità della materia trattata. Non vi si legge la presunzione dello scopritore di nuovi mondi ma l’umiltà dello studioso che esercita un’azione di pronto soccorso a beneficio di chi voglia costruire sulla base di conoscenze chiare e distinte. C’è una punta d’orgoglio, se si vuole, ma non inopportuna dal momento che l’operazione chiarezza è a favore di chi esplora materiale letterario e tempo che sono quelli proposti nel libro.
L’opera si struttura in tre capitoli, e cresce su due nuclei dei quali i capitoli registrano gli sviluppi. Il primo dei capitoli, dopo un rapido bilancio illustrativo – critico della situazione culturale del primo Novecento, mette a fuoco un problema di metodo ed il personale percorso dell’autore nella “lettura” del nostro Novecento letterario. Non vuole darci la “storia del romanzo italiano del Novecento”: vuole indurci a prendere in considerazione almeno, e magari ad accogliere vincendo ogni riserva, un metodo d’interpretazione che sia il più giustamente praticabile con l’approccio alla zona letteraria in esame. Lo fa non tanto con un discorso improntato ad uno svolgimento ‘teorico’ dell’argomento quanto cogliendo nel vivo di esperienze letterarie diverse quelle che una trattazione teorica non potrebbe favorire con sicurezza: rapidità di approccio, chiarezza di esposizione, esemplarità delle situazioni narrative, leggibili, attraverso lo strumento della psicocritica. Ed è sembrato a Castrovilli che valesse la pena di riferirsi a quegli scrittori che, nelle loro opere, hanno condotto le proprie narrazioni dando spazio all’indagine psicologica. Il metodo di ricerca, chiarisce Castrovilli, non sarà più il letterario ma quello psicocritico che ci consente, oltre all’esplorazione delle motivazioni personali dell’autore, di uscire dal testo e di affrontare l’analisi della situazione socio-ambientale in cui si è formato il testo stesso.
Castrovilli scrive, che ciò che si cerca nelle opere degli autori chiamati in causa è il modo di cogliere gli elementi essenziali in cui essi esprimono, sentono, comprendono il mondo. Questo avviene non solo per gli scrittori della “realtà” (se si intenda per ‘realtà’ una pronta, empirica! conoscenza), ma anche per scrittori apparentemente lontani da una riconoscibile realtà/quotidianità e creatori di mondi “altri”, affidati alla sfera del fantastico – o del magico – ; Bontempelli, ad esempio: uno degli autori forse più amati da Castrovilli se l’entusiasmo con cui ne parla traspare nettamente dal suo discorso.
Castrovilli ricorda opportunamente quello che era (o doveva essere) per lo scrittore lo strumento principe del suo lavoro: l’immaginazione. Lo ricorda con parole dello stesso Bontempelli, il quale in una pagina de L’avventura novecentesca definisce il carattere che l’immaginazione deve avere e rinvia a quelli che sono alcuni grandi esiti dell’esercizio dell’immaginazione. Accanto all’immaginazione Bontempelli collocava l’avventura e l’accostava come diversa necessità umana, e anch’essa definita con chiarezza nei suoi fondamentali lineamenti. Soffermarsi un po’ a lungo su Bontempelli è stato, per così dire, esplorare qualche aspetto di uno scrittore esemplare per il suo modo di restituirci la realtà che noi osserviamo con sguardo spesso distratto e cieco sicché non ci riesce possibile misurare il disagio dell’altro, o le “angosce” stesse di un altro (anche quelle dello scrittore) affioranti a livello di coscienza solo quando uno scherzo, trasformandosi in tragedia, provoca una dolorosa sorpresa e lascia sgomenti ad interrogarsi sul perché di una decisione inattesa. Così avviene in Minnie la candida una delle due commedie più famose di Bontempelli (Castrovilli ricorda, con altrettanta pertinenza l’altra commedia Bontempelliana, Nostra Dea).
Castrovilli ha condotto un’ottima scelta tra gli autori significativi del nostro Novecento letterario; tra gli autori collocabili nell’area del Romanzo psicologico. Ce ne dà non un profilo che ne ripercorra la carriera e la varia fortuna della ricezione. Il suo interesse, però, è altrove: nel dare il debito peso, per ciascuno degli scrittori esaminati secondo l’originalità della propria invenzione letteraria, all’analisi dei sentimenti umani. Questa linea di ricerca è apertamente dichiarata nel capitolo dedicato a Federico Tozzi. <<Il romanziere toscano>>, scrive Castrovilli, <<giunge a concepire l’uomo come una complessa struttura psichica, mossa o sorretta dal sentimento, dopo la non facile lettura di alcune opere letterarie russe ricche di umanità e veramente problematiche (pensiamo a Dostoewwskij) e di quelle dello psicofisiologo americano James>> ecc. Tuttavia, Castrovilli lo annota, Tozzi aveva rivendicato la propria originalità e aveva affermato (è citato in Castrovilli), che <<ogni romanzo deve essere uno studio nuovo e vergine, non una concessione alla quale concorrono anche tracce automatiche di quelle precedenti>>. In che cosa dovrebbe consistere, allora, la novità che il romanziere si propone ed è convinto di attuare? Nella rappresentazione, chiarisce Castrovilli di <<creature sensibili di un ambiente umano guardate attraverso alcune affezioni socio-psico-morale del tempo e filtrate nel pensiero del romanziere>>.
Dei personaggi tozziani Castrovilli mette in luce le motivazioni individuali, quelle che in nessun modo sono debitrici di schemi precostituiti: si direbbe che ogni personaggio inventi la propria situazione esprimendo in tal modo la propria originalità. Il lettore, perciò, dovrebbe liberarsi dagli schemi sui quali si è soffermata molta critica su Tozzi (in particolare lo schema del conflitto con la figura paterna). A riassumere pagine ricche si rischia di impoverire quel che Castrovilli fissa in densi spezzoni sintetici che emergono e prendono evidenza sul tessuto continuo di fondo del discorso. Giova però ricordare, sia pur fugacemente, il capitolo dedicato ad Aldo Palazzeschi (Le due facce della medaglia è il titolo) e quello su Romano Bilenchi, autore oggi poco letto.
Palazzeschi si è accostato alla realtà umana attraverso l’umorismo, il gioco parodistico; Bilenchi ha rappresentato un’età dell’uomo, l’infanzia, alla luce degli <<avvenimenti sociali di un gruppo storico fatalmente e tradizionalmente legato alla vita ancestrale, dove c’era posto per le passione irrazionali […] ma non per i sentimenti…per le aspettative e le scoperte dei bambini e degli adolescenti>>.
Il secondo capitolo apre sulla domanda, fondamentale, contenuta nel titolo del primo tratto:Romanzo e psicoanalisi: letteratura o psicopatologia? Castrovilli vi esamina le ragioni per le quali il romanzo italiano rimaneva ancorato alle vecchie strutture, mentali e formali, della narrativa ottocentesca. Un equivoco, proprio della cultura italiana, era quello di considerare il romanziere lontano dalla cultura scientifica e il romanzo come genere letterario piacevole in cui si rispecchiava, con pieno consenso, la classe sociale (la borghesia) che di quella letteratura era destinataria e consumatrice. Due sono gli autori che occupano il secondo tratto del libro: Alberto Moravia e Giuseppe Berto, autori che con la psicanalisi hanno intrattenuto, per così dire, un rapporto privilegiato. Forse qualcuno ricorderà lo straordinario fervore di discussione acceso dalla pubblicazione del romanzo Il male oscuro di Giuseppe Berto. E annota, a proposito del tema del sesso, centrale moraviana. Moravia, aggiunge, <<è l’unico italiano […] a cercare le motivazioni e porre impietosamente alla luce un materiale inquietante>> che non si può né si deve ignorare. Per quanto riguarda Berto ed in particolare Il male oscuro, Castrovilli conduce una fine analisi dell’opera; e giova riferirne con le sue parole:<<Dall’incontro con le scritture freudiane e postfreudiane nacque il romanzo Il male oscuro, che si basa su alcuni assunti freudiani quali: il complesso edipico […]. E gli assunti di Freud agiscono sull’inventiva di Berto e lo guidano nella stesura del romanzo con tanta precisione, da far sembrare il male oscuro la descrizione di un particolare caso clinico di uno psicanalista, che la storia di un uomo narrata da un artista>>.
Nel romanzo di Berto, dice Castrovilli, resta qualcosa d’irrisolto: una frattura gremita di dolorosi contrasti. E conclude:<<Proprio da questi evidenti contrasti nasce l’esigenza di riscoprire nuovi punti d’equilibrio tra soggetto e oggetto, tra Io narrante e oggetto narrato, che, alla fime, sono le condizioni di un sano vivere>>.
Il capitolo terzo del libro apre su Le nuove prospettive di scrittura psicologica. Queste nuove prospettive non sono date, come si potrebbe immaginare, da un orientamento generale degli scrittori ma, come al solito, dall’opera solitaria di singolo scrittori che, però, mostrano d’aver maturato una intensa sensibilità per le discipline psicologiche ed antropologiche. Ancora una volta, talento individuale contro orientamenti di gruppi interessati a mantenere una situazione di pigra continuità col passato, sia pure con quello recente. Gli scrittori che sempre con maggiore interesse si rivolgono a modalità nuove del narrare sono quelli che rifiutano i dettami di un’ideologia fatta forma artistica (il neorealismo, ad esempio). La loro originalità è sostenuta dal rifiuto di piegarsi al comodo intruppamento in un movimento in cui magari si milita più per un’esigenza di protezione che non in nome di una fondata persuasione. C’è comunque qualcosa di nuovo ma che non rimane poi troppo isolato e determina sempre più ampie singole esperienze che, viste nell’insieme, rafforzano una tendenza, stabiliscono una linea di ricerca. Castro villi tende e dare forte evidenza alle esperienze individuali; naturalmente non ignora che il fascio di quelle esperienze porta poi a pratiche ampie d’indirizzo che fanno, per se stesse, movimento.
Gli esempi sono, anche in questo caso, di forte rilievo. Innanzitutto un Pavese de-ideologizzato, teso a rappresentare, a comprendere, ambienti sociali e comportamenti umani; così in particolare per La luna e i falò. Il libro è significativo non tanto perché costituisce la summa dei motivi che Pavese ha accolto nei suoi romanzi quanto perché lo scrittore mise al centro della sua narrazione <<la ricerca della dignità umana>>, <<la scoperta dei valori e dei sentimenti umani>>.
I nomi degli scrittori richiamati a mano a mano nei vari capitoli del libro sono quelli di narratori eccellenti, che fanno parte stabilmente e saldamente della biblioteca letteraria italiana del Novecento. Può sembrare una scelta facile richiamare figure così prestigiose. Ma l’interesse di Castrovilli non è per gli scrittori laureati; o non solo per loro. Egli si rivolge a scrittori <<poco noto o addirittura sconosciuti>>. L’esempio prescelto è quello di due scrittori, Gianfranco Lazzaro e Antonio Trinchera; non senza riferimenti ad altri scrittori interessanti benché poco considerati dai meccanismi dell’industria culturale. Un omaggio, se si vuol dire, alla ‘virtù sconosciuta’, in parte a quella della propria terra; ma anche l’esempio di come quelle che un tempo erano considerate, per la letteratura, inospitali periferie finiscono per emergere con una fisionomia contrassegnata da caratteri originali.
Un nome illustre (Svevo) e un nome oscuro (Lazzaro) costituiscono le marcature di confine entro le quali si dipana la Storia del romanzo psicologico di Enrico Castrovilli. Due nomi e non due correnti, proprio perché – come a tratti si insiste – quella storia è costituita da esperienze di singolo scrittori. Una storia in cui, poiché importano le motivazioni di fondo, possono entrare agevolmente illustri ed oscuri, capaci tutti di cogliere nuove istanze sociali e individuali e definire nuovi territori di esplorazione dei sentimenti umani.
Sembra quasi che Castrovilli, con una certa sprezzatura, abbia tenuto fuori del suo discorso gli aspetti formali degli autori studiati. È un’impressione ingannevole, perché l’abilità dell’autore, la limpidezza della scrittura, la capacità di dare per iscorcio precise rilevazioni di stile provvedono a lumeggiare, con rapidi tocchi, anche lo status stilistico delle opere esaminate. Il discorso non indugia in lunghe spiegazioni; va diritto al segno, alla meta che l’autore s’è proposto. Se qualche nota polemica, dopo essere stata espressa, ritorna in varie pagine (ad esempio contro la disattenzione della critica accademica), questo avviene perché vi si manifesta un tratto d’impazienza di fronte a quella che dovrebbe essere l’evidenza delle cose.
Un libro breve per un lungo percorso. Non è l’ultimo dei suoi meriti. E se può sembrare che qualche nome importante manchi all’appello in quel ristretto e selezionatissimo gruppo di scrittori-emblemi (penso, ad esempio, a Carlo Emilio Gadda), è vero però che il discorso fornisce, ben al di là di presenze ed assenze, precise e preziose coordinate entro le quali il lettore può disegnare altre caselle, costruire percorsi propri. Piccolo di mole, il libro è ampio nelle sue prospettive. Invita il lettore a collaborare; e questo possono farlo solo i libri che hanno dei meriti. Libri come questa Storia del romanzo psicologico di Enrico Castrovilli alla quale auguriamo di entrare come buon lievito nel dibattito critico.

